Sesso & Droga & Rock & Ro££

Sex $ Drugs £ Rock & Roll  con Lou Katz & The Kunz.

Quadri e pagine trascritte dalla vita rocambolesca di Lou Katz & The Kunz. Racconti, aneddoti e considerazioni di un rocker immortale.

 

Grass for Breakfast, but what's for Lunch? Luigi Monteferrante

Erba a Colazione/Grass for breakfast, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

Marijuana per colazione, ma per pranzo?

Introducing Lou Katz & The Kunz, acrylic on paper, luigi monteferrante

Mi piace scrivere canzoni, ballare, suonare. A volte mi sento come un vulcano che irrompe, e quando scoppia, si accendono tanti fuochi. Scaldano le nostre case e ci vedono raggruppati intorno al focolare, a mormorare, mormorare, mormorare. L’obiettivo dell’arte.

Music was My Thing, acrylic on paper, Luigi Monteferrante

Music was my thing, 2015, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

Love is the Drug, luigi monteferrante

Anche da bambino ascoltavo la musica di notte e di giorno, giorno e notte. Avevo una sola radio, banda AM, fatta di plastica beige, ed era in cucina accanto alle scatole di cereali della colazione. Era la prima cosa che facevo la mattina al mio risveglio, accendevo la radio, e poi la colazione con latte e cereali o una fetta gigante di crostata di mele e latte caldo, e poi, via – si partiva per la scuola a piedi o con l’autobus in quell’epoca senza musica portatile.
Quando i miei genitori andavano a fare la spesa, o erano al lavoro, mi mettevo a cantare, a ballare e a strimpellare con la chitarra, una da due soldi, fingendomi una rock star. Era una droga, la musica; un concentrato di tante emozioni, alti e bassi, ed in poco meno di quattro minuti si consumava tutta, un caleidoscopio di sentimenti ed immagini straordinari.
Poi vidi un impianto stereofonico da paura a casa di un amico, e naturalmente, ne volevo uno uguale.
‘No,’ mio padre e mia madre risposero alla mia richiesta di uno stereo, non dicevo eccezionale, ma almeno stereo.
‘Non ho nemmeno un giradischi. Vi prego.’
‘No.’
Gli ricordavo che ero uno studente modello, non proprio, ma avevo buoni voti. Spalavo la neve nel vialetto appena tornavo da scuola per farsì che mio padre potesse rientrare la macchina nel garage. Ero sempre puntuale per l’ora di cena, alle ore 18. La sera, tornavo a casa all’ora prestabilita, per poi riuscire dalla finestra, ma questo loro non lo sapevano. Non avevo fatto a botte o picchiato nessuno quella settimana di cui loro erano venuti a conoscenza. Non ero mai stato arrestato, né avevo ucciso qualcuno, né…
‘Per favore.’
Alle mie lagne implacabili, si arresero finalmente. Ma era una piccola vittoria. Comprarono, non uno stereo, ma un giradischi portatile, grigio e turchese, manuale, con un diffusore dal suono metallico. Era grande quanto una 24 ore, rigida, pronto ad accompagnarti alla prossima festa, e funzionava.
A questo punto, però, sorgeva un altro problema. Non avevo dischi. Un giradischi senza dischi era inutile.
Ad ogni problema, una soluzione.
Quando non si giocava a hockey, si andava al centro commerciale perché la temperatura esterna si aggirava, in media, sui venti gradi sotto zero. E al centro commerciale, tra i tanti negozi, ed il supermercato dove andavamo a mangiarci i biscotti direttamente dagli scaffali, senza pagarli, naturalmente, c’era anche un negozio di dischi.
I dischi a 45 giri erano appesi ai muri. C’erano diverse sezioni: Pop, Jazz, Rock, classica, colonne sonore. La Top Ten era sul muro di fronte al cassiere.
Ad ogni problema, un espediente.
Con una paghetta appena sufficiente a comprarmi lo stretto necessario, un fumetto al mese, ad esempio, ero abituato ad arrangiarmi: rubavo riviste di musica, libri, fumetti, barrette di cioccolato presso i piccoli negozi del quartiere; per i dischi, avrei impiegato la stessa strategia. Una delle nostre ragazze si metteva a cinguettare col cassiere, mentre io, ed altri della gang, ci mettemmo a fare una caccia al tesoro. Poi, d’inverno, infilare uno o due album all’interno del proprio parka era ancor più facile, pratico, veloce.
A casa dovevo spiegare la provenienza del disco. Li presi in prestito, era la solita spiegazione. Elvis, Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin erano ammucchiati accanto al giradischi, ma continuavo ad ascoltare la radio come prima perché, diversamente dai molti miei amici, non avevo ancora una mia band preferita, e non potevo definirmi rocker, o dire che c’era un genere che preferivo ad un’altra – invece gli amici erano tutti rockers, tutti fan dei Led Zeppelin, i Doors, i Rolling Stones.
Ed è per questo che The Song Remains The Same, il film concerto dei Led Zep, è stato il primo film che io abbia mai visto al cinema. Naturalmente, i miei amici furono visceralmente trasformati dal film; già rocchettari, divennero religiosamente dei rockers duri e puri. Io, no.
Io, ad esempio, continuavo a guardare il programma televisivo di Tom Jones il sabato sera con mia madre perché, vorrei dire, c’era solo una TV, ma in realtà mi piaceva il suo stile, il suo indiscutibile carisma, e la sua gran voce; c’erano anche i programmi televisivi di Johnny Cash, e di Dean Martin, spesso con Sammy Davis Jr e Tony Bennet.
Ascoltavo, insomma, tutto – Country, Folk & Blues, Pop, Classic Rock, Heavy Metal, ma la prima canzona che mi colpì davvero, in modo importante, fu Love is the Drug, canzone che i miei amici o compagni di scuola ignoravano.
No, erano saldamente nel campo dei grandi rockers, come tanti nostri compagni di scuola, in realtà; difatti, anche dopo, alle superiori, c’era una sala studenti, piena di fumo, con una stazione radio propria, e il DJ trasmetteva i grandi del rock dell’epoca, ma a me non interessava piu di tanto. Okay, si poteva ascoltare, niente di rivoluzionario.

 

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Per ogni musica, poi, una divisa. Con la musica rock, l’uniforme era: scarponi da muratore o da boscaiolo, jeans attillati, giacca di jeans con il colletto rivolto in su, sigaretta in bocca, capelli lunghi sporchi, e logo della loro band cucita su tutta la parte posteriore delle loro giacche. Non tutti erano rockers, naturalmente, e i rockers formarono un gruppo ben distinto, mentre gli altri fecero parte del corpo studentesco piuttosto anonimo. Pure gli insegnanti, per lo più rockers e hippies, erano in divisa: jeans, giacca tweed o di velluto, spesso sui toni caldi dell’autunno, con gli stessi scarponi da muratore, oppure stivaletti o mocassini di camoscio beige o marrone con suole di gomma. Gli insegnanti ascoltavano le stesse band, più qualche cantautore folk, e fumavano le stesse droghe con qualche escursioni di LSD, anfetamine, acidi vari; ma c’era anche una manciata di whisky-drinkers, insegnanti inquadrati, bloccati negli anni Cinquanta, con i loro tagli di cappelli da Marines, camicie a quadretti con maniche corte anche d’inverno, blazer, matita e penna infilate nel taschino, pantaloni di lana stirati come una lama, scarpe inglesi nere sempre lucidissime, insegnanti sempre pronti a tirarti un calcio disciplinare nel didietro, insegnanti con cui non ho avuto problemi perché volevo imparare, e semmai, sono stato punito per aver importunato loro con domande continue, o per la mia voglia di mettere tutto in dubbio, e di discutere di ogni cosa.

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A livello sartoriale, quindi, ero diverso; facevo riferimento a Vogue, la rivista, non il locale cool che frequentavo per la ragazza del proprietario che era stupenda, no, niente affatto, ma la rivista patinata. Vedi, mia madre era una bravissima sarta. Comprava questi giornali di haute couture che trovavo sparpagliati in casa, ed ero affascinato dal glamour, le modelle, le fotografie; certo, i clienti di mia madre non erano fotomodelle. I suoi clienti erano segretarie, impiegate di banca, pediatre, dottoresse, commercialiste, insegnanti. Venivano a casa per un fitting dopo il lavoro, o subito dopo cena. Alle 6:30, difatti, si finiva di cenare, si sparecchiava il tavolo, piatti lavati e via prima che arrivassero i suoi clienti – donne diverse dalle donne del quartiere. Erano alte, a volte con capelli chiari, dalle spalle larghe, seni non prorompenti, ma diritti, a punta, sodi; i loro fianchi, tondi, formosi, non esagerati, gambe diritte, lunghe. A volte inventavo una scusa per irrompere nell’atelier senza bussare e godermi il meraviglioso spettacolo. Quando mia madre, dunque, gran lavoratrice, aveva tempo mi faceva dei vestiti, tutto su misura: pantaloni, giacche, cappotti tagliati e cuciti à la mode esclusivamente per me, un vero dandy. Problema era che la moda all’ultimo grido a Londra, Parigi o Milano impiegava almeno un anno, a volte due, per attraversare l’Atlantico; per questo, a scuola, per strada, in città, si facevano un sacco di risate, gli idioti; mi prendevano in giro – frocio, o femminuccia. Non mi importava granché – avevo le mie cicatrici; il resto, era blah-blah. Può essere questo il motivo per cui ho sempre ignorato o respinto i critici, sia coloro che hanno cestinato i nostri album, sia chi li ha elogiati fino a portarli al cielo. A me piaceva vestirmi in un certo modo, e basta. Poi, accadde una cosa inaspettata.

Friday Night & MOnday Morning

 

La Febbre del Sabato Sera, il film, la colonna sonora, cambiarono il mondo. I ragazzi, i maschi, cominciarono a vestirsi, non solo ad indossare vestiti; vale a dire, al posto dei jeans, scarpe da tennis, felpa e t-shirt, misero camicie e pantaloni, scarpe a punta, cravatte e cappotti lunghi, guanti di pelle nera, e lacca nei cappelli. Non solo. Ai balli d’istituto, molti cominciarono pure a ballare. Prima di Saturday Night Fever, i maschietti ballavano solo canzoni lente; ci dava la possibilità di tenere una ragazza nelle braccia, o anche solo le mani sui fianchi, e tutti aspettavano Stairway to Heaven perché durava quasi otto minuti, con la speranza lontana che ci sarebbe uscito un bacio da record; altra opzione era quella di andare fuori al gelo a fumarsi uno spinello o una sigaretta e bersi una birra con qualche straccio di amica. Io non fumavo. Mi davo alla danza già prima e a lei, chiunque fosse. Le ragazze non disdegnavano i ragazzi che ballavano bene e vestivano bene; anzi, alcune ne erano attratte, e poi, a me piaceva ascoltar parlare le ragazze; i maschi parlavano di hockey, football, baseball – sport che ho sempre giocato – ma quale senso parlarne per ore o giorni interi? Lo stesso vale per la musica, parlarne. Suonarla, ascoltarla, farla – sì; ma parlarne, a meno che non si sta cercando di condividerla, è inutile. Grande spreco di tempo. Parlare di arte, di musica, di amore: solo rumore, o macchie d’inchiostro. Crearla, comprarla, appenderla, trombarla, goderne col punto esclamativo. Sì!

 

Last Night  a DJ Saved my life, acrylic on wood, 105 x 95 cm, luigi monteferrante

Last Night a DJ Saved my life, acrylic on wood, 105 x 95 cm, luigi monteferrante

 

Con la disco music e l’apertura di tante discoteche, tutto diventò spumeggiante, frizzante, sexy, e, per mia fortuna, il periodo coincise con le feste Sweet 16. Il doppio album di Saturday Night Fever monopolizzava le feste, con l’aggiunta di Barry White, Chic, Sister Sledge, e mentre gli amici del quartiere rimasero seduti vicino al tavolo con le bottiglie di rum e cola ad ubriacarsi, io ballavo con le regine della notte di turno – tema di alcune canzoni che avrei scritto anni dopo, il migliore diceva: Don’t want to party/just want to fuck.

 

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Pretty Vacant, 2015, acrilico su legno, 105 x 95 cm, Luigi Monteferrante

 

Ero stanco di uscire con i miei vecchi amici. Avevamo giocato a hockey, baseball e football; avevamo costruito delle case sugli alberi nelle foreste quando la neve si scioglieva verso l’inizio di aprile ed a primavera si giocava a hockey sull’asfalto; si andava in bicicletta in ogni angolo della città, e ci si sedeva sull’erba nel parco a parlare per ore e ore, ed erano stati miei cari amici, ma ormai stavo iniziando a sentirmi molto diverso da loro.
Voglio dire, a loro piacevano bands a me insopportabili. Ed oltre a non piacermi la loro musica, ero diventato sempre più insoddisfatto, irrequieto, impaziente, annoiato, insofferente delle loro idiozie, preferendo, ovviamente, le mie ben più grandi idiozie.
Il quartiere era diventato piccolo, sempre più piccolo, ed io mi trovavo in una morsa, ed avevo bisogno di larghi spazi ed ampie distanze.
Cominciai ad andare al cinema a mezzanotte – costava meno; oppure uscivo subito dopo cena e camminavo per le strade per ore e ore senza soldi a guardare la gente, i personaggi da marciapiede, le ragazze, i bar, i bistrot e le taverne, ma non si poteva stare fuori per il freddo; così andavo in una edicola particolarmente ricca di riviste e di giornali da tutto il mondo, una vera trovata. Seriose riviste di politica, scienze, arte e letteratura, ma quelle che più attiravano la mia attenzione erano alcune riviste di musica del Regno Unito.
I titoli dei giornali – delle urla in rosso e nero. C’erano le immagini di questi punk con i capelli arancioni, oppure ossigenati, spilli infilzati nelle loro guance, pantaloni in lattice e catene intorno al collo. Leggevo degli squatter, dello sciopero dei minatori, della disoccupazione giovanile, dei rasta, e dei teppisti con chitarre che cantavano di anarchia, rabbia e furore proprio nel 25° Anniversario della Regina Elisabetta. Nientemeno!
Sex Pistols, The Clash, The Damned, The Jam, The Stranglers, The Buzzcocks – ne parlavano queste riviste inglesi, mentre nella stampa nordamericana, c’erano i soliti bands grottescamente superstar. Anche nel GB, però, niente possibilità di sentirli alla radio perché erano stati banditi per oscenità. Wow!
Intanto, rovistavo l’edicola per altre info, articoli, ma i nostri giornali non ne parlavano. Ero curioso di sentirli, capire il perché del gran chiasso, ma niente da fare. Alla radio era la solita musica; quindi, che fare? Seguire i miei amici nelle taverne ad ascoltare i cover bands dei soliti noti, oppure andare da solo in discoteca?

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Boss, 2015, acrilico su legno, 105 x 95 cm, Luigi Monteferrante

Rispetto ad un depressa e crivellata Londra di squatter, drogati, punk violenti, i bobby che prendevano i rasta a sprangate, qui, downtown almeno, questa musica da discoteca e il nascente boom della moda italiana, trasformava la città in un’enorme palla di specchi luccicanti che giravano, giravano, nei locali pieni di donne, tacchi a spillo, e cocaina.

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Cercavo altri negozi di dischi. Andavo in quartieri distanti e sconosciuti, senza occuparmi della via del ritorno. Avevo chiesto ai miei insegnanti, a partire dal Prof d’Inglese, Mr Triumph – aveva una Triumph TR6 blu decapottabile, una barba, ed una bomba di fidanzata, la Professoressa Maggie May: mi parlò di un negozio che si chiamava Phantasmagoria.
Presi la metropolitana e l’autobus ed entrai in questo negozio dove bruciava incenso e delle candele profumate. La clientela femminile indossava sandali, gonne lunghe, forse per nascondere le loro gambe pelose, mentre gli uomini portavano barbe e capelli lunghi, camicie con motivi floreali, e fumavano le pipe. Sapevo che ero nel posto sbagliato, ma ormai ero lì.
‘ Mi scusi. Sto cercando qualsiasi cosa dei… ‘ Gli ho elencato, verbalmente, una lista di band a me conosciute solo per averle lette nelle riviste inglesi.
‘Torno subito.’ Barbalunga andò giù per le scale di legno nel seminterrato, una tana dove l’orco teneva prigioniera la sua principessa che emanava odor di pesce.
‘Solo questo…’ disse Barbalunga al suo ritorno.
Era un 45. In vinile trasparente. Giallo fosforescente. Pretty Vacant, dei Sex Pistols. Gli ho rovesciato le mie monetine, e con la reliquia nelle mani, tornai a casa.
Come tutti gli altri giorni precedenti, mi sono seduto a cena, rispondendo con un sì o no alla serie di domande a me rivolte circa la mia sorte – tipo:
‘Cosa hai fatto a scuola?’
‘Hanno trovato Bob o Rob con Jim e Julie, Penny e Pina, o chiunque fosse ubriaca, o nuda, fuori casa…’
‘Tu non ne sai niente, vero?’
Gossip locale, insomma, ma come sempre, strinsi le spalle, mangiai il mio cibo il più velocemente possibile, e per la fretta, tirai via il piatto da sotto baffi di mio padre per andare a sentire questo disco.
‘Ehi, fammi finire la pasta’.
‘Strozzati,’ dissi sbattendo il piatto sul tavolo. ‘Ho i compiti da finire.’

 

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Torno in camera, chiudo la porta, tiro fuori il disco dalla copertina, poso il disco sul piatto, accendo il giradischi, e con le dita ferme, calo la punta sul disco. Non sapevo cosa aspettarmi. Suoni. Questo era il momento prima e dopo Cristo che avrebbe cambiato tutto. Ascoltai il disco tante volte, ed ancora altre volte, con i miei genitori che sbattevano i pugni alla porta della mia camera da letto, ma non mi importava niente. And we don’t care! essuno importava niente del punk, di Pretty Vacant, dei Sex Pistols, di partire subito per Londra, di formare una punk band, proprio quell’istante. Per me, non c’era tempo da perdere, ma i miei soliti amici continuarono ad ascoltare il solito rock, e li mandai a quel paese. A scuola, con due mila studenti, penseresti che almeno uno o due persone avrebbero avuto la mia stessa esperienza o gusto musicale? Neanche un’anima punk gemella. Solo, quindi, solo.

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Giravo per le strade della città ad importunare commesse presso i negozi di dischi per altri dischi simili, ma nel pieno spirito del punk, va bene ascoltare la musica degli altri, ma la tua musica è la tua musica, ed iniziai a scrivere titoli di canzoni inesistenti – parole, frasi, strofe – testi: ho una bomba ad idrogeno in tasca/ed e’ tutto per te/baby! Oppure: sei la mia geisha/io samurai/mordimi la spada/non ti pentirai, ed altre stupidaggini.

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Fidanzata/girlfriend, matita su carta, 24 x 33 cm, 2015, luigi monteferrante

Ora avevo bisogno di una band, una vera band, non Tony &The Caramels, o Frankie & Vamporators, o Peggy & Le Estetiste, le band con le quali cantavo e suonavo terza chitarra in occasione di matrimoni, battesimi, comunioni, balli della scuola.

 

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Les Framboises, 2016, acrilico su carta, 100 x 70 cm, Luigi Monteferrante

 

Fissavo annunci ai negozi di dischi – cercasi chitarrista, batterista, bassista per formazione punk – no cover, no perditempo. Chiedevo nei negozi di strumenti musicali se conoscessero qualche altro musicista, ma passarono giorni, settimane, e niente – tutti complessi rock, o peggio ancora: cover bands, ed io avevo già iniziato a scrivere e suonare le mie canzoni: sei la mia miseria/la spina nel fianco/la pala che scava la mia tomba/ed io il verme/che seppellirai.

E poi, dalla Gran Bretagna arrivò il disco del secolo: Never Mind The Bollocks.
Cristo è morto ed è risorto – e no, non era un uomo trasformato, solo ritrovato.

 

 

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Un giorno, il Professore Triumph chiese a noi studenti di portare in classe delle canzoni e testi per discuterne insieme. Portai Never Mind The Bollocks. Non mi aspettavo una conversione di massa, ma la reazione dei miei compagni di classe fu peggio del previsto: o coprivano le orecchie, o facevano finta di vomitare.
‘Okay, non vi piace Anarchy in the UK, ma non può non piacervi …’
Il Prof doveva pregarmi di non suonare l’intero album perché, disse, nel modo più pacato e mite possibile: ‘Dobbiamo dare a tutti una possibilità, Lou, per quanto apprezzo il tuo entusiasmo… ‘
‘F*ck off, stronzo,’ dissi. ‘Non ho nessuna intenzione di discutere Stairway to Heaven, o Sweet Madame Blue, o Angie o qualsiasi altra cacca che questa classe di idioti vuol farmi sentire.’ Tirando una sberla al bullo della classe, e rovesciando i libri del suo braccio destro, me ne andai dall’aula.
Cosa avevo fatto? Mi piaceva il Prof. Le mie parole non erano contro di lui, ma erano rivolte al resto della classe, all’intera scuola, al resto del mondo.
‘Hey Lou, che succede?’ disse il Prof che, dopo aver placato la voglia di vendetta del bullo e del suo amico, mi rincorse.
‘Volevo solo dire che devi fare le tue cose, scrivere le tue canzoni, esprimere te stesso, vivere, e non consumare tutto ciò che ti danno da bere, mangiare, ascoltare, come animali in uno zoo, o al macello! Sì. Devi mordere la mano che ti dà da mangiare! Dicono sempre, non è vero: non mordere la mano che ti nutre, non mordere la mano … Beh, perché te la stanno a dare questa mano, eh? Non lo fanno per te, di certo. È per questo che ti stanno tenendo in vita, idiota. Ti danno da mangiare, da bere, due pacche alle spalle, come un bravo bambino, su, andiamo e poi: zac! Caro Prof, ti stanno mangiando vivo.’
Così, mentre parlavo col Prof, mi resi conto che ero letteralmente cresciuto. Mi sentivo … enorme, orgoglioso, e per finire, misi la testa in aula, la porta socchiusa, e li mandai nuovamente a quel paese.
‘Andate a farvi fottere!’
Eravamo in guerra, sissignore.

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Delitto & Castigo/Crime & Punishment, 2016, acrilico su tela, 2 da 30 x 40 cm, Luigi Monteferrante

La settimana seguente, m’invitarono all’ufficio del Preside; andò così.
‘Siediti. Che cos’è questo?’
Avevo scritto un saggio di cinque fittissime pagine elaborando e ampliando i pensieri sviluppatisi nella mia testa quel giorno per un compito in classe di Etica e Morale. L’insegnante era rimasta sconvolta per il numero di imprecazioni e la varietà di bestemmie, alcune riprese direttamente dall’epoca elisabettiana; sui fogli, per divertirmi, misi inoltre anche delle macchie di saliva e, lasciavo intendere, escrementi e fluidi d’amore – con tanto di frecce sulle pagine del mio compito dal titolo: Scandalo, e perché?
‘Qualche giorno a casa ti permetterà di riflettere sulle tue azioni. Ti aiuteranno a decidere quale direzione vuoi che la tua vita prenda, mio giovane Signor Katz.’
Dirgli di farsi fottere era una tentazione eccitante. Dirlo, non dirlo? Se lo avessi fatto, sarei stato espulso dalla scuola, perdendo l’anno, da stupido. Ma pensare all’effetto inebriante di stare lì, mite e gentile, annuendo con la testa – sì, signore; infatti, signore – e capo chino, sguardo a terra, con la mano floscia nella sua, la mia schiena piegata, e pronunciare parola per parola, sillabe per sillabe: Prendi quel bastone e fottiti – oh, che sensazione inebriante sarebbe stata!
Ma non ero sempre e solo stupido. La scuola non aveva intenzione di farti del male, solo di farti conformare alle regole ben definite. Così ho ringraziato il preside per la vacanza di tre giorni spesi in parte tra le lacrime di mia madre e la rabbia di mio padre perché, naturalmente, furono informati del mio scontroso comportamento.
‘Ma che ci vuoi fare,’ diceva mia madre, ‘Quando uno nasce torto…’
E così, in quei tre giorni, andai a cercare un bassista, un batterista, qua, là e ovunque.

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Camera con VistaIl mondo è di una bellezza meravigliosa/Room with a view/The world is extraordinarily beautiful, 2015, acrilico su legno, 105 x 95 cm, Luigi Monteferrante/Louis Hausarbeit

 

 

Girovagare era e rimane, per me, un balletto stupendo, uno dei miei passatempi preferiti, in città tra grattacieli, immerso nel suon del traffico, un ammasso di sconosciuti in corsa verso una destinazione a me segreta. Andavo in giro tra bar, taverne, bistrot, caffè in cerca non solo d’amore o d’amicizia, nuove e vecchie, ma di una band. Nei locali passavo delle ore a chiacchierare e a discutere di musica, testi, intenzioni, ma erano sballate o sbagliate o non interessati di quel che volevo fare, dovevo fare, io.
‘No, niente sintetizzatore! Vietato. Solo chitarre, batterie e rabbia.’

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Amore a prima vista/love at first sight, 2016, acrilico su carta, 100 x 70 cm, Luigi Monteferrante

Una notte, vidi una ragazza vestita da Cat Woman, meno la maschera. L’ho seguita dentro uno squallido bar, verniciato nero dal pavimento al soffitto. C’erano un sacco di ragazzi, troppi, con grandi baffi, grandi muscoli, troppa pelle e catene, e stavo per scappare quando rividi Cat Woman seduta al bar.
‘Ti voglio nella mia band.’
‘Io non so suonare alcun strumento.’
‘Okay, ti metto al basso.’
‘Beh, posso cantare un po’.’
‘Perfetto.’
‘Mio fratello suona la batteria.’
‘Assunto.’
‘E tu?’
‘Io canto. E so suonare due o tre accordi. E scrivo le mie canzoni. No cover, capito? Scriviamo i nostri testi, suoniamo le nostre canzoni, e ci fottiamo tutti.’
‘Cool. Qual è il nome della band?’
Stavo per far spallucce, non so, ma mi sono guardato intorno, e ho trovato la risposta. ‘Buttfuckers of Armageddon,’
‘Carino.’
Ci siamo bevuti un paio di birre, io e Charlotte, e passammo la nottata a parlare dei nostri piani, e quando cercai di baciarla, mi prese la mascella con i suoi artigli, e disse: ‘Non mi baciare fino a quando non ti bacio io.’
‘Va bene.’
E poi mi baciò, un bacio profondo e lungo, dopodiché stavamo nel lurido WC a soddisfare il nostro appetito l’uno per l’altro. Alla fine della performance, m’invitò a cena il giorno dopo.

 

Monday Night Surprise, LuigiMonteferrante

 

‘Anarchy in the UK.’

Mr e Mrs Le Blanc, i genitori di Charlotte, vivevano nel quartiere della borghesia francese della città, sulla collina. Appena arrivato, mi misero a mio agio, come se fossimo buoni e vecchi compagni di scuola. M’impressionai della loro facilità di conversazione su tutto: musica, romanzi, teatro, poesia, cinema.
‘Arancia Meccanica e Apocalypse Now l’ho visto almeno dieci volte!’, dissi mentre stavamo mangiando un pollo arrosto e insalata; da bere, acqua o latte.
‘Vino?’, chiesi.
‘Vino? Vediamo cosa abbiamo in cantina,’ disse il signor Le Blanc alzandosi.
‘Beviamo vino solo in occasioni speciali,’ disse Charlotte.
‘Ma questo è un evento speciale,’ aggiunse la mia cara Signora Le Blanc.
Monsieur Le Blanc stappò la bottiglia, e da buon intenditore che era, fece tutto quelle mosse che fanno quei sommelier, prima di bere.
‘È vino,’ dissi, e scolandomi il primo bicchiere in un solo sorso, andai a riempire il bicchiere della Signora Le Blanc che aspettava col suo bicchiere alzato. Aveva delle dita lunghe e graziose, un polso fine, un braccio lungo, liscio, spalle forti, il collo dritto, un viso, un sorriso, due seni piuttosto piccoli, ma – giuro – erano puntati dritti verso di me, e sapevo cosa volessero dire.
‘E allora brindiamo,’ dissi, ‘sì, brindiamo.’
Finita la cena, andammo in salotto, io e la Signora Le Blanc, insieme a Charlotte – impregnata della nostra futura bimba – e Monsieur Le Blanc.
‘Wow, è il giradischi?’ Non era un semplice impianto stereo, ma una mostruosa macchina del suono da qualche film di fantascienza. ‘Tutti seduti.’
Presi il disco dalla custodia, e lo misi sul piatto, come se stessi servendo il Corpo di Cristo ai Dissacratori – Body of Christ to the Unholy, nome del nostro peggior album, a proposito, in termini di vendite, ed ascoltammo Never Mind in assoluto silenzio, la Signora Le Blanc, seduta proprio davanti a me, con le sue gambe lunghe, e le ginocchia appena scoperte.
Anarchy in the UK, God Save the Queen, Holidays in the Sun.
Mamma, papà, Charlotte – in questo ordine, la canzone che piaceva di più a ciascun di loro.
‘Cool.’
In seguito, dopo qualche giorno, credo, iniziarono le prove; con noi: Lush, il fratello di Charlotte, e mio futuro cognato, il batterista. Il loro garage non era riscaldato, e d’inverno faceva un freddo cane, il che rendeva suonare difficile, ma che importa?
Amavo Charlotte e la Signora Le Blanc all’infinito, e siamo i Buttfuckers of Armaggedon.

 

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Nel Bosco/In the Woods, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm; Luigi Monteferrante

Suonammo mediamente tre concerti a settimana, ma quando c’era la possibilità, gli altri membri della band si fermavano in diverse città lungo il nostro ritorno: Hong Kong, Cracovia, Berlino. Noi, no. Raggiunto il nostro quartier generale, Charlotte voleva andare al nostro chalet nel bosco che sovrastava il lago, una casa che avevamo comprato con i proventi del nostro secondo album, Bleak House, in occasione della nascita della nostra seconda figlia, Aurelie.

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La Foresta/Forest, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

‘Oltre agli alberi, niente,’ dissi. A me non piace il bosco, la montagna, le praterie, la natura. Ci sono insetti, animali, piante, alberi, odori strani, terra e fango, ma una passeggiata poteva servire a fornirmi un’altra canzone perché questa era il mio compito: scrivere canzoni. Era una necessità primaria, come respirare, mangiare, bere e per sopravvivere dovevo creare, scrivere canzoni, fare musica, fare arte, ma il bosco non era il posto per me. ‘Che cosa ti aspettavi da una casa nel bosco?’ ‘Beh, andiamo a farci una passeggiata,’ risposi a Charlotte. ‘Magari ne nasce una canzone.’ ‘Tutti sono in cerca di ispirazione. Credi di poterlo trovare in una bottiglia, con delle droghe o in una manciata di pillole, ma se hai gli occhi chiusi, la tua mente si spegne, il tuo cuore va in stand-by, ed è probabile che non la troverai mai.’ ‘Appunto, esco.’ ‘Sono venti sotto zero, ed è tardi.’ Charlotte entrò in casa, sedendosi di fronte al camino. Andai a passeggiare nei boschi. Devo ammettere che mi piacciono molto le tempeste di neve – neve, pioggia, vento, tuoni e fulmini – e al ritorno dalla mia passeggiata nel bosco, con la tempesta così violento da non poter uscire per i giorni a seguire, non riuscii a scrivere, ma fui preso da una nuova e fulminante passione.

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La traversata/The Crossing, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

Presi dei vecchi pennelli che utilizzammo per imbiancare le pareti del bagno, e dipinsi il primo di una serie di quadri chiamato True North, dedicati a Charlotte, la mia stella polare.

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Nord/True North, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

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Donna con pistola/Girl with a gun, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

Stavo guidando una moto nel deserto quando mi addormentai e pa-ta-trac. Ero sdraiato sulla schiena, la bocca aperta a bermi la pioggia, quando una macchina si fermò. Il nome del conducente era Caroline. Mi caricò in macchina, e andammo via.
Durante il viaggio verso non-so-dove-e-non-importa, mi rispose, Caroline mi parlava di cose rotte, o rottamate: case, cuore e vita.
‘Sono una terapista.’
Si stava dirigendo verso la costa, e al nostro arrivo, tutto quel sole, e le spiagge piene di surfisti, ciclisti, giocatori di beach volley, la resero triste.
‘Tutto questo sforzo, e per cosa?’ Andammo su e giù per le colline, sobborghi anonimi, dove la cosa più eccitante che si potesse fare, secondo lei, era suicidarsi, ma non era pronta; così, andammo su in montagna, e più andavamo in alto, più il suo umore precipitava, ed allora andammo per giorni lungo la pianura. ‘Piatta’, disse, ‘come la vita piatta, noiosa e ripetitiva dalla quale sto cercando di fuggire, ma inevitabilmente finisco per ricaderci.’
Andammo in giro, per chilometri, giorno interi, dormendo in ogni sorta di albergo, di motel, a volte senza spogliarci.
‘La mia valigia è piena di roba, farmaci, libri di buoni consigli, buoni consigli. Dai, andiamo.’
Andammo in paesi chiamati Plainsville, Dullsville, Duncehead Field.
‘So come ti senti,’ dissi. I campi gialli, il cielo grigio, niente tra noi e l’orizzonte.
‘Tu non sai come mi sento. Come puoi? Tu non sei me. Tu non mi conosci.’
‘Rilassati.’
‘Non dirmi di rilassarmi. Tu non sai niente di me!’ Tiro’ fuori una pistola. La puntò contro di me. Fermò la macchina. ‘Fuori’.
Scesi dalla macchina. Mi misi a ridere.
Bang.
Sono andato giù, la mia coscia sfiorata da una pallottola.
Scese dalla macchina, si avvicinò. Calibro 38 in mano, mi sputò in faccia, e se ne andò.
Iniziò a piovere una pioggia di sabbie rosse, ed io rimasi in attesa del bus direzione Inferno al suo ritorno dal Paradiso.

 

acrylic on paper, 2015, Luigi Monteferrante

Cristo/Christ, 2016, acrilico su carta, 35 x 50 cm, Luigi Monteferrante

 

Stavo correndo con l’anima lacerata, drogata, trascinandomi da luogo a non-luogo, scambiando una città per un’altra al peggior bar di non-so-quale-stato.
‘Gesù era un uomo,’ dissi una notte nel Bible Belt durante un concerto, ‘che ha dovuto fare un po’ di proselitismo per conquistarsi qualche pescatore, e qualche puttana, ma Lui non vuole tutta questa cieca adorazione, o falsi idoli, o l’utilizzo delle sue parole al proprio uso e consumo, no, perché Lui dice: Pensa per te, per l’amor di Dio! Ma se questo è ciò che volete, che io sia vostro Onnipotente, il vostro Guru, Prete e Santone, io sarò quello che vuoi, quando vuoi, ma non sarò mai il tuo Santo e Martire. Mai il tuo Santo e Martire.’
E dissero tutti: ‘Amen.’

 

The Girl from Blase', acrylic on paper, luigi monteferrante

Veleno/The Girl from Blasè, 2016, acrilico su carta, 35 x 50 cm, Luigi Monteferrante

 

Naturalmente la persona sulla quale desidererei far colpo più di ogni altra è la persona che non avrai, ma non c’entra niente con questa storia.
Stavamo suonando al Crack, club infame, il peggior locale sulla costa nord-orientale, quando lei, una mia vecchia fiamma, si fermò al bar a bere.
‘Tesoro,’ dissi, alle fine della canzone – Turn Around: Usa i miei aghi e si taglia la gola ogni volta che ci baciamo. ‘Non m’importa se mi hai spezzato il cuore, se hai rubato la mia auto, preso la mia casa, i miei figli, la mia vita, hai azzerato il mio conto in banca, rotto i coglioni, spaccato la schiena, spappolato il mio cervello, mi hai bastonato quando ero in cielo, e mi hai buttato fuori quando ero a terra, senza futuro, senza passato, senza memoria perché, tesoro mio, nonostante tutto, voglio ancora scoparti, cazzo!’
Ma la donna non si fece impressionare e finì di bere il suo drink preferito: Veleno.

Heroin for Lunch, acrylic on paper, luigi monteferrante

Pranzo con Spada/Lunch with H, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

Pranzo. Essere dipendente, lo siamo tutti – di una fede, una ideologia, di una persona cara o carismatica, del nostro lavoro, i nostri affetti, i nostri sogni, le nostre ossessioni, passioni ed illusioni. È quello che devi essere per diventare qualcuno – essere ossessionato da un progetto di vita, per diventare un musicista, un matematico, un archeologo. Bisogna essere fanatici, ma nel caso mio, il mix esplosivo si ottiene con un cocktail di curiosità e noia. Curiosità e noia.

 

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Ambizione/Ambition, 2014, 105 x 76 cm, acrilico su legno, Luigi Monteferrante

Ad esempio, fin da bambino, mi piaceva leggere. Leggevo fumetti in ogni occasione, ma ho cominciato a frequentare anche la biblioteca di scuola per scovare altro materiale da leggere. Ero pieno di libri, naturalmente, e per il carattere che ho, tutto ciò che è disponibile, ne faccio uso e abuso. Se una copertina di un libro mi catturava l’attenzione, e magari mi incitava a leggere la prefazione ed era interessante. Era fatto, ed ero fatto. ‘Se davvero sei un lettore serio, non si può non leggere il migliore,’ mi disse un giorno la Signorina Appleby, la bibliotecaria. Appleby mi consegnò: Macbeth.

 

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La Bibliotecaria/The Librarian, 2016, acrilico su carta, Luigi Monteferrante

 

Si poteva prendere in prestito libri per due settimane, riportarlo per un rinnovo, a condizione che nessun altro ne avesse fatto richiesta, ma ero sicuro che ci sarebbe voluto tanto tempo per leggere questa tragedia.
‘Se hai bisogno di altro tempo, non ti preoccupare; faremo finta di aver perso eventuali altre richieste.’
L’ho portato a casa – il libro, non Appleby. Ero talmente preso dalla lettura che dimenticai di raggiungere i miei amici al parco per una serata di sana ribalderia.
Finito il libro, dissi: ‘Dio.’
Che viaggio, questa lettura, strabiliante. Macbeth era davvero forte, timoroso anche, ma aveva questa ambizione dirompente, questa forza di spirito esagerato che in sostanza diceva:
‘Vi fotto tutti!’
Il suo, una storia senza esclusioni di colpi, tutto descritto con un linguaggio allucinante, e nessuno con cui parlarne!
Non vedevo l’ora di andare a scuola la mattina dopo, ma di tutti i giorni in cui il preside, che non aveva mai cancellato le lezioni per problemi molto peggiori di quello in atto, scelse quel giorno! Crudeltà, il tuo cognome è Stronzo.
Rimasi a letto, a rileggere il libro, questa volta a voce alta, ma non riuscivo a stare fermo, in casa. Misi i miei scarponi, guantoni, giaccone, passamontagna, ed entrai nel pieno della tempesta, un guerriero imbarcatosi alla conquista di un misterioso regno polare.
Che linguaggio, quali immagini di ultra-violenza e somma bellezza, pensavo sotto il furor del gelido vento, la mia marcia cieca per l’intensità della neve. La tempesta di neve era la giusta ambientazione per una versione cinematografica di Macbeth che anni dopo avrei finanziato, un film mai prodotto, ahimè – ma faccio ancora in tempo!
Al mio ritorno, a cena.
‘Che ti frulla per il cervello?’ chiese mio padre, le mie sopracciglia aggrottate, gli occhi iniettati di sangue, le nocche delle mie mani bianche strette intorno alla mia forchetta e il coltello da bistecca, perso nei miei pensieri, sordo alla loro nervosa ilarità e alle loro futili chiacchiere.
‘Eh?’ risposi.
Il giorno dopo, attraversai la steppe per arrivare all’apertura della biblioteca, e aspettai l’arrivo di Miss Appleby, in ritardo per la neve.
‘Non vuoi almeno fare un tentativo?’
‘Eh?’
‘Non è una lettura facile, ne sono sicuro, ma una volta che cominci ….’
‘L’ho letto. E riletto.’
‘Già?’
‘Che altro ha, Lady Appleby?’
‘Che ne dici di Amleto?’

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Mi ci è voluto più tempo, ma tre giorni dopo ho restituito Amleto alla Appleby.
‘Cosa ne penso? Troppo lungo. Infiniti discorsi. Pugnala quel cazzo di Zio-Re, come hai infilzato quel povero Polonio, Amleto, Cristo! Metti Macbeth al posto suo, e li avrebbe cacciato a calci in culo a Claudio prima della fine del primo atto, avrebbe, sì, prima che si possa dire: Viva il Re. Quanto a Gertie, avrebbe detto: Mommy, fatti una doccia fredda.’
‘Che ne dici di qualcosa di diverso?’
Mi spacciava Dickens, Tolstoj e Dostoevskij, Erodoto e Tucidide – Alcibiade, un tipaccio! – e leggendo, scrivevo ai margini dei libri, su pezzi di carta perché sebbene scrivevo testi, e tempo addietro rubai una chitarra per poter guadagnarmi qualche soldo, era il momento di superare se stessi.

Midnight at the Moody Palace, luigi monteferrante

Mezzanotte al Palazzo Moody/Midnight at Moody Palace, 2016, acrilico su carta, 35 x 50 cm, Luigi Monteferrante

Oh, già cantavo ai matrimoni e riuscivo a convincere i miei amici a farmi almeno portare la chitarra. Ero, di certo, il cantante per loro. Non ero bravissimo, ma al pubblico piacevo. Quanto più il pubblico sembrava diffidente, o peggio, annoiato, più sembrava moribondo, e tu pronto a chiamare l’impresa di pompe funebri, perché era già troppo tardi per il pronto soccorso, più mi rendeva ansioso; e più ansioso diventavo, meglio rendevo sul palcoscenico.
Volevo la loro attenzione, insomma. Io desideravo la loro attenzione e ne avevo bisogno. Ero come Dracula, un drogato, che si nutriva della loro attenzione, stima, applauso. Così cantavo, ma oltre ad essere un cantante, dovevo essere un performer. Ero lì, non solo per cantare, ma per far spettacolo!
Saltellavo ad ogni angolo del palco, muovendo testa, fianchi, e gambe in ogni direzione, le mie braccia alzate verso di loro, il pubblico, pregando loro di battere le mani, chiedendo loro di unirsi a me, tutti insieme sul palco a ballare in un orgasmo canoro collettivo.
E col tempo, cominciavo a credere di essere bravino, e più diventavo bravo, più desideravo esserlo davvero, e non soltanto un bluff, un ciarlatano.
Mi misi a studiare musica, poesie, teatro perché un concerto è tutto questo: musica, parole, danza, teatro, recitazione.
‘Ma, ho bisogno di una giacca di lamé oro.’
Mia madre me lo fece insieme ai pantaloni di velluto di un viola così scuro che sembravano quasi neri, ma con una certa luce, emergeva questo colore stupendo, di una profondità o spessore infinito, mentre le scarpe, le scarpe erano stivaletti a punta, neri, con fibbie luccicanti, ed ora sì, mancava solo il cappello sotto la quale si nascondevano le opere di Shakespeare & Co – ma non lo dire a nessuno, altrimenti rischio di essere scambiato per quel che non sono.

Pleased to Meet You, painting by LuigiMonteferrante

Un gran divertimento, suonare ai matrimoni, comunioni, battesimi per il gran numero di belle ragazze. Ovviamente, non senza pericolo. I boss locali erano sempre pronti a spaccarti la testa se osavi guardare le sue figlie, Sacri Vestali Intoccabili, fino a che non la sposavi, quando lei diventava una puttana come tutte le altre – fenomeno che ispirò un nostro hit nell’anno 1984: Beata Vergine Madre Puttana. Cautela, dunque, ma non era difficile rimorchiare quando suonavi in una band. I figli, i fratellini di queste ragazze rivestite per la festa, con abiti di seta, e scarpe con i tacchi, i capelli raccolti in un chignon, rimanevano in piedi, ipnotizzati da te, cantante o musicista, dinnanzi al palco, come dei totem, fino a quando le mamme urlavano che erano arrivate le lasagne a tavola ed era ora di mangiare – su, yum! Questo era la tua occasione – non le lasagne, ma le ragazze che venivano a riprendersi i fratellini. Uno sguardo, due parole, un gesto. Non eri sempre fortunato, ma se ci provi con tutte, beh, un appuntamento primo o poi, l’avrai. A volte anche durante la stessa festa – magari nel bagno – oppure dovevi aspettare qualche giorno, all’uscita di scuola, o ad un parco lontano dal tuo quartiere, e per raggiungerla dovevi prendere l’autobus, o andare in bici, a volte solo per un bacio, ed allora, diciamo, che si mangiava anche a casa, e quindi duravano poco – ma, hey, mi ricordo di alcune di loro. Insomma, ci siamo divertiti.

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Non ti lascerò mi/I will never leave you, 2016, acrilico su carta, 100 x 70 cm, Luigi Monteferrante

Perché la battaglia è tra noia e curiosità, curiosità e noia. Ti diverti, e poi non ti diverti più, e quindi vai dai matrimoni alle feste d’istituto, dalla festa del santo patrono dietro casa al club del quartiere accanto, da Verlaine, si passa a Baudelaire, da Rimbaud a Hendrix, da Joplin a De Quincey, da un buco di club, al festival del rock più grande della storia, e ti diverti, ti annoi, ti diverti, ti annoi, e senza renderti conto ti trovi tossico perché non avevi altro da fare quella sera.

 

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Quando non c’è dove andare o non sai dove andare, basta andare. Non importa dove, stai andando da qualche parte. Quel posto non è dove siete. E si va perché stare dove sei non è più il posto che fa per te. Così, si parte e quando si arriva a destinazione, si sta andando per essere qualcuno di diverso, ma quando si arriva lì, quando si raggiunge la destinazione, l’Ultima Fermata Bar & Grill, è più o meno la stessa.
Forse hai preso troppi bagagli, che stai trascinando insieme a quel tuo ego, o hai le tasche piene di quei vecchi sogni, ormai brandelli, e ti sei portato quella stupida cagna chiamata Ambizione che ti fotte ogni volta.
Non importa quante volte hai tentato di partire per luoghi o stati del tutto nuovi, per cambiare; non importa se sei riuscito a raggiungere tali obiettivi, sogni, perché sei tu, sei sei quella cadavere che ti stai portando dietro, con te, in te – e puzza.
Non sei più quella giovane stella, ma un cumulo di terra, eroso dal tempo, ossa e polvere.

 

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Salto in alto/Flying high, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

Con Josephine, non c’era niente da fare. Come quella notte di novembre, dopo il concerto, mi ha portato al Night Owl, un bar, dove mi ha raccontato la storia della sua vita.
‘La storia della mia vita è, in una sola frase: non c’è storia. Nessuna storia, nessuna vita, no Josephine.’ (Ovviamente, in seguito ho usato la frase per una canzone, No Josephine, che raggiunse il quinto posto in classifica nell’anno chi-se-lo-ricorda.) ‘Ecco, sono due frasi, ‘ aggiunse con un broncio, il broncio più bello del mese. ‘Il problema è che devi credere in te stesso, e non lo faccio. Cosa c’è da credere? Non ho talento, nessuna ambizione, nessuna vera passione – dicono che è tutto una questione di passione, ma io non ne ho. Niente che vale veramente la pena fare. A che scopo? La vita non ha alcun significato. Scrivi canzoni, dipingi, ma non hanno alcun significato, non ha senso.’
Ed è allora che il mio corpo ha cominciato a salire. Pollice dopo pollice, ha cominciato a staccarsi dal pavimento, ed ero nel cielo, illuminato nelle luci della grande città a guardarla ancora seduta sul divano a parlare, parlare.
‘Vieni qui da me.’
‘No, Josephine, devo allontanarmi da te, e la tua profonda negatività, Josephine.’
Cominciò ad insultarmi, con veemenza – sì, sono superficiale, un peso piuma negli annali del rock, una macchiolina nella storia della musica popolare, una candela storta su un muffin ammuffito, e quanto aveva ragione, Josephine.
Ma io resto qui.

 

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Motel California, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

 

 

Isabel è tornata da un mese – credo. Ha un appetito smisurato per il sesso, alcol, biancheria nera; insomma, abbiamo molto in comune. Una sera qualunque, eravamo seduti intorno ad un tavolo a discutere di Vita e di Amore – ne sapevo ben poco, e quindi ascoltavo lei.
‘Voi uomini siete tutti uguali. Tutto quello che volete è una cosa sola: infilarvi tra le nostre cosce, e all’alba, ve ne andate a cavallo verso l’orizzonte. Perché sei ancora qui, Lou?’
Domanda facile. ‘Sto invecchiando, Isabel. Non ho più fretta. Non sono così pronto a partire. Ho viaggiato tanto, conosco ogni strada, dormito in migliaia di letti in ogni parte del paese, ma in realtà ho dormito ben poco. Quindi, se non ti dispiace, e va bene per te, vorrei solo stare qui per un po’, un po’ di riposo, e fare una chiacchierata con un vecchia amica.’
‘Quando arriva?’
‘Intendevo te.”
‘Hm,’ è tutto quello che disse. Mise giù il suo bicchiere, vuoto, e si spogliò.

 

 

Party at la Framboise, acrylic on paper, Luigi Monteferrante

 

 

Era il vernissage di Ingrid. La galleria era piena di artisti, collezionisti di quadri, donne, toy-boys, tutto, ed Ingrid ci aveva chiesto di suonare.
Dopo appena due brani – L’amore è una canna rosso caldo e Acciaio fuso – Martha Bluette, il critico, comincia a ballare in quel suo completo rigorosamente grigio, ed era, come al solito, molto sexy.
Al terzo brano – Ho dimenticato il mio bambino alla lavanderia automatica – Tamara Okitorti, l’artista giapponese, si sveste e, nuda, mi salta addosso. Lei è un performance artist, e forse faceva parte di uno spettacolo improvvisato, ma le sue gambe erano attorcigliate intorno al mio collo, e mi stava soffocando. Riuscii a liberarmi, ma inciampando, andai a ficcarmi, diritto col mio bel nasone, tra le cosce di Martha, con Martha che si era seduta, poco prima, su un amplificatore.
Avrei tirato le tende su questa scena imbarazzante, ma era una festa privata, senza tende, senza manovali, e gli invitati non ci fecero caso perché, amici miei, mi vergogno a raccontare quel che gli altri festeggianti stavano combinando quella notte presso Les Deux Framboises.

 

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Bonus, 2015, acrilico su legno, 105 x 95 cm, Luigi Monteferrante

 

Il successo è cool. Si arriva ad uscire con il Presidente, il Primo Ministro, il suo staff, i senatori, i generali, i membri del Parlamento, i capitani di industrie e i boss d’affari, i bancari. Cosa curiosa – non passa un minuto che iniziano a cantarti le tue canzoni a te, faccia a faccia, o in coro con gli altri compagni, esclamando con disarmante sincerità: perché è la musica che ha accompagnato la loro ascesa!
E poi, immancabilmente, dopo un paio di drink con qualsiasi Tizio e Caio che lavora alla City, beh, ti danno dei consigli hot per importanti investimenti, da insider che ormai sei, mentre i politici amano sedersi al tuo fianco, ed iniziano a raccontarti una lunga ed incredibile storia, informazioni Top Secret, naturalmente, solo per farti saltare il cervello, sconvolgerti per l’irrealtà del loro racconto, tutto vero, e si divertono a sconvolgerti con i minimi, spesso grotteschi dettagli, e ci riescono, storie losche di intrighi labirintici che riescono ad escogitare nel Quartier Generale, roba inimmaginabile, che non può che stupirmi: ‘Wow, stai scherzando?’
‘No, mio caro Lou, non sto scherzando.’
E si fidano di te ora, perché sei uno di loro, uno di loro.
E non ti dispiace.

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Coffee break, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

È tutto qui, davvero. Questa relazione con Ida. Ida, o chiunque sia, scrivere canzoni, comporre i brani, l’esecuzione dei brani di fronte a tanti fan. Non sono sempre speciali, i tuoi fan. E non è necessariamente colpa nostra, colpa della band. A volte, semplicemente non succede niente di speciale. Per qualche strana ragione.
Ma quando succede, è come il sesso.
Tu vuoi farli urlare, gridare e torcere di piacere, e se dovessero morire, che sia una morte felice, il punto più alto di uno spettacolo pirotecnico dopo un lungo e lento preludio di noia assoluta, che questa loro presenza qui, da te, sia la loro vita al culmine, e così, se dovessero morire in questo momento, in questo luogo, sarebbe una morte felice.

 

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Unica per me/My One & Only, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

‘Tu sei la mia unica e sola. La mia sola ed unica. Come puoi pensare che mi piacerebbe andare a letto con quella disgraziata? Voglio dire: guardati! Sei la donna che ho aspettato tutta la mia vita. Che suona la chitarra, come il diavolo le anime, e chiedi niente in cambio. Una ragazza metà dei miei anni che mi dice: ti amo. E mi fa ridere, mi stupisce. Ogni giorno con te è una giornata di sole. Dovrei, come potrei, tradire una donna come te? Una ragazza come te, la migliore amica di mia figlia?’

 

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Velvet, 2015, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

Era Dolores la ragazza trovata all’interno del bagno seduto lì così, una sconosciuta che si era introdotta nel mio appartamento senza invito, e a mio insaputa.
‘Ho detto al portiere che mio padre suonava le batterie con te all’inizio della tua carriera, oh, secoli fa.’
‘E Igor ci ha creduto? ‘
‘So essere convincente. Sono un batterista, e voglio suonare nella tua band.’
‘Non ho bisogno di un batterista.’
‘Oh, sì che ne hai bisogno. Almeno stasera, sì’
‘Cosa?’
‘Drums sta dormendo al Ritz dove l’ho rimorchiato. Non si sveglierà prima di mezzogiorno di domani. Avete, quindi, bisogno di una batterista.’
Avevo altre possibilità, ma era un locale piccolo; c’era una tempesta di neve, e ci sarebbe stata poca gente. Dopo averle fatto fare due battute di prova, mi ha convinto che poteva starci.
Ha suonato quella sera, anche bene. Non perdeva un colpo, e conosceva tutte le canzoni, e questo mi lusingava. Dopo il concerto, si è infilata nel mio letto, e la mattina, non c’era più. E sento la sua mancanza, la mancanza di Dolores.

 

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Lou Katz, compositore al pianoforte/Lou Katz, Composer at Piano, acrylic on paper, 2016, 100 x 70 cm, Luigi Monteferrante

Si scende dal palco. Lontano dai fan, lasci il locale, prendi un taxi, e parti per un posto che si chiama Posto. Quel posto contiene un pianoforte, una matita, carta. Suoni il pianoforte, premi i tasti, fai rumore, una sequenza. Forse è tempo perso, ma il tempo è comunque perso. Tempo, talento, opportunità, fortuna – tutto perso. Fuori, può essere venerdì, o lunedì, giugno o gennaio, ma tu sei qui, a lavorare. Ci sono delle feste, concerti, spettacoli teatrali, e persone che giocano a hockey, squash, vanno al teatro, discutono delle notizie al ristorante e al diner. I caffè sono pieni; i cinema pure. C’è tanta gente per strada, nei club, in giro, perché da cosa nasce cosa. O forse no.

Ma a chi importa? Sei in quel posto con un pianoforte, una matita, carta, e sei legato a tutto ciò, parte integrante di questo meccanismo che produce emozioni, che racconta storie di vita in ascesa, distrutte, e mentre sei al lavoro, scorrono lacrime e sangue sul tuo nome, e trovi persone morte sul tuo altare, nel tuo letto. Niente è sacro, dissero al funerale. Tutto è sacro. Per te, è solo una questione di trovare il tempo di scrivere, lavorare. Per te, è vitale. Come se, se non fosse scritto, il corso della storia finirebbe in un disastro, come se l’umanità andrebbe ad estinguersi. Dipende da te. Questo è il punk. Dipende solo da te. Di tutto ciò che osservi, senti, usi quello che puoi, quello che ti serve, e lo metti insieme per il tuo unico scopo: scrivere una nuova canzone. Non più, non meno di un’opera che si consuma in meno di cinque minuti. Qual è il prossimo? È la domanda che segue appena hai finito di scrivere. Non passa un minuto, e già stai pensando se e cosa arriverà dopo, e nell’ombra di questa stessa domanda, c’è il timore che non arriverà niente. Meriti un breve riposo. Esci, vai ad uno spettacolo, una festa, per parlare di te e di me, e di noi, ma non passa molto tempo che sei costretto a tornare al lavoro, costretto dalle tue muse, i tuoi demoni.

 

 

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Alchemy, 2015, acrilico su carta, 100 x 70 cm, Luigi Monteferrante

 

E così si comincia, dopo il tè, dopo il cognac e la grappa, il prossimo brano, ma nel sottofondo, c’è l’opus incompiuta, chiamasi vita, e lo spettro: perché sto rinchiuso come un rincoglionito in una stanza, quando potrei essere in piscina con Tanya e Veronika?
Vai pure, Signor Katz, lascia perdere queste stupidaggini; vai a divertirti anziché star qui, rintanato, ed insiste che è quello che siete qui per fare.
E così ti alzi, in silenzio, sconfitto, e ti vai a divertire con Veronika e Tanya perché l’universo non ha bisogno di un’altra canzone firmato Lou Katz, rock star, cantautore, leggendario fetente.
Ma tu sì.

 

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Non c’è molto che ricordo di ieri sera, tranne che lei mi fissava attraverso un bicchiere di whisky pieno come se potesse vedermi sotto un’ottica diversa da ciò che sono, o ero, o sarò, e mentre io sono solo e sempre qui, lei è senza nome, senza identità, solo due occhi aperti, ma spenti, ed un splendido corpo freddo.

Must haves, acrylic on paper, 100 x 70 cm, luigi monteferrante

 

I Must di Lou Katz.

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Sud/South, 2015, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

Andavamo spesso in tournée col nostro autobus, Purple Haze. Si viaggiava per ore e ore tra granai e silos, cascate di acqua cristallina e centrali nucleari, basi militari con i cacciabombardieri e le chiese del Guru del Mese, ed un giorno, all’ingresso di questo villaggio sperduto, qualcuno sparò due colpi al nostro bus, e nella fuga, fecero cadere il fucile da caccia che presi.
Suonammo, quella sera, al Porca Vacca, una taverna. Il locale era pieno; era l’unico locale del distretto, ed i cowboys si esaltarono all’arrivo dei Kunz sul palcoscenico.
‘Spogliatevi. Nude, nude.’
Le Kunz suonarono tranquilli dietro il solito e solido muro di riff e ritmo, ma quando i cowboys cercarono di saltare sul palco, i gorilla pagati per tenerli a bada andarono via impauriti. Indifesi, e preoccupati per l’incolumità delle girls, mandai il mio assistente a prendermi il fucile da dietro le quinte.
‘Ehi, stronzetti. Calmatevi, o vi sparo alle palle.’
Venni colpito da una bottiglia. Tirai un calcio in bocca all’aggressore, e ci fu uno stallo – prima, pensai, dell’assalto finale.
‘Va bene, va bene,’ dissi alla band, ‘suoniamo: Se non riesci a batterli, uccidili.’
All’attacco, delle batterie, sparai un colpo in aria, e feci saltare i denti ad un cowboy sul palco con un calcio preciso. Funzionò, come in tanti stupidi film e continuammo a suonare senza incidenti.
Alla fine, fu uno dei nostri migliori concerti, votato il miglior live album del 1992, ed il sindaco ci invitò ad accettare la cittadinanza onoraria e le chiavi di quella maledetta città chiamata Shitsville.
Storia vera.

 

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Amo i soldi. I soldi ti danno una certa libertà. Di scegliere. Puoi viaggiare, o startene a casa senza uscire per mesi. Di andare al teatro, ai concerti, ad un balletto, e stare nelle prime file, se sei fortunato, ed hai le conoscenze giuste. I soldi spesso ti danno le conoscenze giuste. Più soldi hai, meno grande il gruppo ristretto che ti trovi a frequentare – o così, mi dicono, ma io, Lou Katz, parlo con tutti.
L’altro io, beh, lui è diverso.
Lui ama le cose belle, raffinate, eleganti. Non compra i vestiti fatti. Li fa fare. Ha un sarto che misura, taglia e cuce abiti in stile britannico per lui. Lo stesso vale per le sue camicie e le sue scarpe. Cravatte e gemelli che ha, che ho, sono state fatte per lui, per me.
L’effetto collaterale di avere una doppia vita era la libertà. Al culmine della mia fama, quando il brutto viso di Lou Katz appariva sulla copertina di riviste musicali, di moda, sui giornali, in TV, vedevano Lou Katz coi capelli come infuocati, col petto nudo, oppure in un gilet di pelle nera, pantaloni, spesso di pelle, stivali, e lo conoscevano per la sua carriera da rock star, per i suoi arresti, per le sue performance ed i suoi eccessi, ma vestito, travestito, in giacca e cravatta, i miei capelli lunghi pettinati o nascosti all’interno di un cappello, non mi riconosceva nessuno. Andavo a teatro, a cena, passeggiavo per strada, ed ero irriconoscibile – non come Lou Katz, intendo dire, bensì col mio alter ego: Anatole Framboise.

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Mi aiutarono anche altri espedienti. Avevo due case. Avevo convertito un magazzino di mattone rosso, mille metri quadrati su due piani, nel quartiere orientale, prima che il quartiere orientale diventasse hip o cool, ed è lì che m’incontravo con gli amici di Lou Katz; l’io rocker invitava la stampa, la band, amici, e groupies in quel bel magazzino sulla East Side.
L’altro io, Anatole Framboise viveva dall’altra parte della città, sul West Side, dove avevo un elegante appartamento in un palazzo molto signorile di fronte al Park. L’arredamento era spudoratamente Barocco, ed alcuni miei conoscenti, lo chiamavano Casa Usher. Qui, tutt’altro luogo, altro set di frequentazioni, persino un mio altro nome, ovvero usavo il cognome di mia madre italiana. La mia professione, a tutti, era incerta; si diceva che ero uno o più delle seguenti: magnate d’industria trasformatosi in collezionista, commerciante di armi, o di diamanti, ed altri simili traffici illeciti, e comunque molto redditizie.
Questa doppia vita era, difatti, il filo narrante della mia vita, una doppia vita, come Jekyll & Hyde.

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Tu fai quello che fai, circondati di persone, oggetti, sostanze, ma alla fine, tutto quello che stai cercando è un po’ di eccitazione e buon umore. Sì, sto diventando vecchio, ma non devo – non devo – farlo sapere loro.

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Per le belle donne. Per essere stato in grado di vederle con i miei occhi, e sentirle parlare, assaporarle con le mie labbra. Per aver potuto sentir il loro cuore battere con le mie mani, tracciare ogni ossa e venatura con le mie dita. Per aver respirato l’aria che respirano, ed aver vissuto giorni di gloria, e di merda. Per essere stato soggetto a menzogne e dichiarazioni d’amore. Per essere stato oggetto delle loro attenzioni mentre giacevo nei letti d’ospedale, lavato, io inerme, da mani non esperte, tremolanti, giovani, mentre morivo ancor un’altra volta di eccesso. Per avermi prestato droga, soldi, chiavi d’appartamento, automobili che sapevano non avrei mai restituito, e per aver anche fatto altrettanto. Per essere stato trasportato a casa quando ero sudicio, ubriaco, impotente. Per avermi permesso di portar loro su, tra le mie braccia, per le scale; donne innumerevoli, che posate sul letto, spogliate dei loro vestiti sporche di vomito, champagne o spritz. Sono stato lì, vicino a loro a guardare le loro finte unghie rotte, le ciglia staccate, le labbra non più lucide, ma bianche ed opache. Per avermi ringraziato con sesso, droga, o semplicemente: grazie, caro. Per avermi fatto aspettare, fuori, appeso ad un filo, per paura, per ansia, per amore, per piacere, per rancore, nostalgia, malinconia, speranza, dico grazie a te.

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Madonna, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

Rosa Kunz non era stata con me a Parigi, Berlino, o Londra. Rosa Kunz non era qualcuno che potevo inventare. Niente che abbia mai scritto, suonato e cantato è riuscito ad essere bella come lei. Irradiava pura bellezza, e ho potuto solo amarla, amarla e grugnire di rabbia, frustrazione, rancore perché mai sarei riuscito a scrivere un testo bello come lei, mai avrei composto una musica bella come lei. Ti ho amato Rosa Kunz, ma perché sei andata via, Rosa Kunz, e dove sei finita, Rosa Kunz?

 

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Festival, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

 

Lavoriamo molto per guadagnare i nostri soldi. Cosi, anche i nostri tifosi che spendono soldi sudati per acquistare nostri album, i biglietti per i nostri concerti, le nostre T-shirt, libri, i vari merchandise. Spendono denaro e tempo, tempo ad aspettare in fila per entrare al teatro, o allo stadio, per assistere ai nostri concerti pieni di grandi aspettative, aspettative che noi cerchiamo di soddisfare a pieno.
Lo so, lo sappiamo, che ci sono un sacco di band, un sacco di artisti di talento, che cercano di farcela, raggiungere il successo, farsi notare, ed è difficile – quasi impossibile, nonostante i tuoi sforzi, il tuo talento, la tua immancabile ambizione, la tua energia inesauribile.
Quando ascolti la radio ti rendi conto; vengono trasmessi centinaia di brani al giorno, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e cosa rimane di loro?
Ogni canzone ha, in sè, vari musicisti, tecnici, collaboratori, produttori, ed ognuno di loro ha una propria vita, grande, piccola, tragicomica, semplice o complicata, e parliamo di canzoni che ascolti alla radio.
Non parliamo delle canzoni mai trasmesse, che non riescono a penetrare le mura della stazione radio, delle tante canzoni che non riescono a farsi sentire.
E, naturalmente, nemmeno menzioniamo tutta quella massa di energia pura che si concentra durante le ore di fabbricazione di una semplice canzone, bruciate durante le prove senza esito, senza pubblico, oltre le proprie mura perché quel muro dell’indifferenza è altra, pressoché incavalcabile, ed alla fine, cosa hai?
Sogni – o meglio, sognatori rotti dalle circostanze, o dalla sfortuna, o semplicemente sogni marciti ed una puzza di sangue avvelenata dalla disperazione, dalla fatica, dalla stanchezza.
Chi si arrende, cambia mestiere; magari trova un lavoro normale, un impiego, dove tutto ciò che fai è lavorare le tue otto ore; poi, torni a casa, e non preoccuparti troppo perché domani, è la stessa routine: si procede – una pratica, un prodotto, un account fino a quando ti buttano fuori – non servi più.’
Ma nel frattempo, sognatore ormai sistemato, sei grato di quello che hai. Vai a bere una birra con gli amici, racconti delle fiabe ai tuoi bei bambini, coccoli la tua moglie, rimani a casa e guardi uno stupido film romantico perché lei è felice, e se lei è felice, tu sei felice.

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Ma la vita non si ferma qui per te – artista, compositore, cantautore, compositore. La tua opera incompiuta ti aspetta. Bussa alla porta nei momenti inaspettati. Hai appena finito di lavorare, ti metti al letto per dormire, e la tua musa ti suggerisce la tua prossima mossa, una frase, una riga, un immagine, un idea. Devi alzarti. Non ti lascia dormire, riposare. Così, ti metti al lavoro. Non puoi neanche rispondere al telefono di casa, o alla porta, per paura di perdere il filo narrativo del racconto che stai scrivendo; ma di solito, non l’hai neanche sentito lo squillo, le imprecazioni alla porta del venditore ambulante di anime morte.
E poi, ci sono quei giorni terribili, senza musa. Ti metti a tavola, carta e matita in mano, chitarra e registratore al tuo fianco, e stai cercando quella prossima tua rima, riga, stanza? E non viene. O si tratta di merda immeritevole di attenzione, o forse il miglior testo che hai mai scritto, ma tu hai dei dubbi.
Come non averli, i dubbi?
Ma è la fine, punto.

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E poi? Pensi davvero che sia bella? E che ne sai? Che cosa sanno i critici, giornalisti, tu e il pubblico? È tutto così volubile, e se, dopo aver raggiunto il successo che, infatti, hai raggiunto e mantenuto tutto questi anni, se ora fosse la fine dello tuo spettacolo, di questa mise-en-scène chiamato Lou Katz & The Kunz?
Potrebbe esserlo, ma tu sai che non lo è. Non ti arrendi. Sei del mestiere, lavori di mestiere. Conoscitore di ogni trucco del mestiere, ogni tecnica di ogni maestro e mediocrità, e ti conforta perché sai che potresti andare avanti così: scrivendo le stesse canzoni che hai sempre scritto, senza tradire il tuo solito stile, senza tradire i tuoi soliti fan, senza tradire lo spirito di quel che sei.
Ma nel frattempo, potrebbe non succedere niente. Non hai nulla da dire.
Oppure farai qualcosa di completamente nuovo, qualcosa di sbalorditivo, eccitante, fuori dai tuoi stessi schemi, un nuovo Lou Katz, ed è questo che vorrei vedere, babbo.
Conversazione che ho avuto con Constance, figlia numero tre, anni: sedici.

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Noi/Us, 2016, acrilico su carta, 35 x 50 cm, Luigi Monteferrante

 

Siamo stati fatti l’uno per l’altro, ma non abbiamo niente da dirci: non parliamo, né di noi, né di nessun altro. È per questo che lei suona le tastiere; si sentiva al sicuro dietro le tante tastiere accatastate, nascosta nel buio, lontana dalle luci, e in profondità: le ombre del suo cuore piene di cicatrici al sicuro di non essere scoperte.
E dopo i nostri spettacoli, un paio di drink in un angolo solitario di un qualsiasi bar. Ignorava le prostitute, i faccendieri, e mi fissava con lo sguardo, occhi che specchiavano i miei, il nulla contro il vuoto, due specchi uno di fronte all’altro, entrambi tesi verso una luce rossa perché eravamo, in fine dei conti, eravamo pieni di denaro, alcool, droga, sesso.

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Ha una voce che mi piace sentire, ma non canterà, così le ho messo il microfono di fronte, e con il pubblico lì, lei non può deluderli. E così, canta.
Lei, come il resto dei Kunz, suona immancabilmente al 100%. Non perdono mai un colpo, una battuta. Canzone dopo canzone, la band suona alla grande dal vivo, come se stessimo nello studio di registrazione, ma con una carica in più
In alcuni complessi, il batterista vola in una direzione confusa, dirottato dalle sue stesse confuse direttive; il basso, invece di essere una linea chiara, magari in grassetto, è un pasticcio d’inchiostro; la tastiera è troppo forte, o troppo basso; la chitarra ritmica troppo veloce; il tanto atteso assolo del chitarrista una palla di lana in una cucciolata di gatti selvatici: la cantante si perde in una fantasia, o in un incubo, solitaria, che solo lei sa, e non ci trasmette.
I Kunz, invece, sono puliti, ordinati, freddi, precisi, chirurgici, ed é il motivo che, in tutti questi anni, la nostra formazione ha funzionato, una magica alchimia, I Kunz, insieme al caos che sono io.

 

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‘Balla, Bella, balla! Mostrami la tua energia!,’ urlai.
Queste ballerine, cantanti. Sono giovani, forti, agili. Energiche, ambiziose, affamate. O così dicono, ma c’è sempre un componente che manca nell’alchimia, un elemento che trasformerà la loro esistenza di grigio piombo in una vita dorata.
Qualcuno ci riesce, ma molti si perdono per strada. Issano la bandiera bianca, suona la campana sul ring – mi arrendo. Fai di me quel che vuoi. Ad un certo punto il sogno svanisce, muore, rimane un patetico ricordo polveroso. Senti dire:
‘…perché il mio lavoro non mi viene riconosciuto. Non è dove dovrei essere a questo punto, in questo momento e luogo, della mia vita.’
‘Io ci ho messo tanto impegno, tanta fatica, dedizione.’
‘Ho dato tutto, ma non è stato sufficiente.’
‘Ho dato tutto e non è successo niente. Non c’è nessun cambiamento. Niente da portare a casa, mettere sulla scrivania, o scaffale. Nessun premio, riconoscimento, trofei, niente soldi, nessuna gloria solo il rammarico di aver speso parte della mia vita a rincorrere futili sogni.’
Quanto a me: ho dato molto e mi ha dato molto. Non solo. Non ho finito. C’è molto di più, miei cari, e così danziamo, io e te, e ridiamo perché, ah-ha-ha, sono sopravvissuto.
Ho vissuto e sono diventato vecchio. Ho raggiunta l’età di Matusalemme e sono ancora vivo. E tu non lo sei: tu, così giovane, viva e marcia da puzzare da morto.

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Chi sale, chi scende/Jump, 2016, acrilico su carta, Luigi Monteferrante

 

‘Mi sbagliavo. Avevi ragione. So che non avrei dovuto farlo, ma l’ho fatto. Cosa, saltando dalla finestra, andrai a risolvere?’
‘A privarti della mia compagnia.’
‘Oh, questo è tutto, eh?’
‘Beh, se salto, sarà un modo di non soffrire. Non voglio vivere il resto della mia vita a rimpiangere quello che non ho fatto. Mi dispiace. Taglio corto il dolore, il dolore insopportabile e morirò come Giulietta o Romeo. Per te, per amore. Non voglio sentire la tua mancanza. Non voglio essere cattiva. Che è ciò che tu vuoi. Per dare la colpa a me, ed uscirne martire, vittima; invece, avrai soltanto me sulla tua coscienza.’
Ma si sbagliava, e non ricordo neanche il suo nome.

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Prove/rehearsal, 2016, acrilico su carta, 24 x 33 cm, Luigi Monteferrante

 

Albertine era una mia grande insegnante di danza. Mi ha costretto a stare negli schemi, mi ha insegnato gli stessi schemi; mi metteva in uno stampo, legato, costretto ad eseguire ogni suo passo, obbedire ogni suo commando; io, materia grezza, ero per lei una forma da martellare, cesellare, lustrare con cura ed attenzione.
‘Tu non sei una macchina,’ diceva. ‘Sei un organismo vivente. Il tuo corpo cambierà. Sta cambiando anche mentre parliamo. Esercita il tuo potenziale. Mente, corpo, anima.’
Lei, ora, è in una sedia a rotelle, in una casa di cura, dove mensilmente pago la rata. Difficilmente mi riconosce, ma vado a visitarla quando posso. Le uniche volte che i suoi occhi si illuminano, come una volta, sono quando la porto indietro negli anni, mettendomi in piedi davanti a lei, come un ragazzino, e comincio a chiedere istruzioni.
‘Dobbiamo riprendere da dove avevamo lasciato, Miss Albertine?’
E lei si illumina.
‘Uno-due-tre, uno-due-tre, piroette!’
Così cominciai a ballare per lei, a pavoneggiarmi per lei, a volare per lei. Io sempre il solito buffone, ma, in questo caso, per una buona causa.

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Tammy ed io eravamo in viaggio per le strade del continente, tanto e a lungo. Un milione di miglia attraverso le montagne rocciose, le pianure, le praterie, la tundra ed i campi di grano. Abbiamo attraversato deserti di argilla, di sabbia e roccia. Cactus e lucertole, serpenti e stregoni, sciamani e guru, compagni di viaggio come gli stessi imbroglioni, banchieri, avvocati, imprenditori il cui unico desiderio era quello di fornirti un servizio, prendersi cura di te, assicurarsi che andasse tutto bene, che tutto fosse semplicemente perfetto. Una macchina oliata, l’industria della musica, dell’intrattenimento, un’industria come un’altra, con le leve pronte a mettere la macchina in marcia, girare, spappolarti, sputarti, rotto e contuso nel dimenticatoio.
Ma Tammy era furba, svelta, ed io mi limitavo a guidare la macchina – veloce – perché vincere è meglio che perdere.

 

downtownluigimonteferranteartist2016

5:05.

 

2015-05-10 17.13.06

 

La verità è che qui non c’è nessuno, tranne me. Io, a raccontare di furie e ribalderie, storie dimenticate, storie riviste e rivisitate, racconti dimenticati, messi da parte, racconti di ciò che è stato, e quello che avrebbero potuto essere.
No, qui ci sono solo io, i miei beni accumulati, nient’altro che ricordi sparpagliati, effetti personali, e l’estraneo che sono a me stesso.

Dinner Date with Dana, acrylic on paper, 100 x 70 cm, luigi monteferrante

Made for Each Other, luigi monteferrante

Dopo l’erba per la prima colazione, ed un pranzo di eroina, alcol e proiettili, per cena ho un un appuntamento con Dana, Dana detto Destroyer.

Me, acrylic on paper, 100 x 70 cm, luigi monteferrante

 

Io.